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Data di pubblicazione: 23/05/2006 - ore 01.11

L'antico lino di Bassano brescianoLa coltivazione e i suoi lavori rituali tramontarono non molti anni fa

di Valerio Gardoni
“Tra el spus e la spusa sa n’surno la linusa” . Tra S.Giuseppe 19 marzo e l’annunciazione, 25 marzo, si semina il lino. Proverbi e detti popolari non sono mai nati per caso, ma frutto d’un pensiero maturato dalle usanze che accompagnavano il rituale della vita quotidiana, un registro orale delle scadenze, delle tradizioni.

Un tempo c’era un proverbio per tutto: dalla nascita alla morte, al lavoro nei campi dalla semina al raccolto e persino per le previsioni del tempo, quando il cielo annunciava un temporale si usciva a guardare da quale parte dei punti cardinali arrivassero le nubi, se arrivava dal “brot cantù” – brutto angolo- , persino il parroco suonava a concerto le campane per tenerlo lontano, perché era un brutto temporale con grandine.

I detti e proverbi erano verità tradotte in prosa volgare e frutto di esperienze arcaiche dall’alone profetico che si tramandavano di bocca in bocca, annotate nel grande “libro orale” della saggia cultura contadina. Come cantava il detto popolare era la decina di giorni a cavallo della primavera il periodo ideale per la semina del lino, compreso fra la ricorrenza di S.Giuseppe il 19 marzo e l’Annunciazione il 25 marzo. Il lino fu una delle colture principali della pianura, sembra che già dal 1° secolo a.C. si coltivasse la pianta erbacea e per secoli rimase nel ciclo del lavoro agricolo ed economico anche nella Bassa pianura bresciana.

La conoscenza della fibra del lino è antichissima, nelle tombe egizie sono state numerose le testimonianze della coltivazione linacea, le vesti e fasce mortuarie, affreschi e capsule del frutto dimostrano che la coltivazione della pianta erbacea era largamente conosciuta nel lontano passato, da tempo immemorabile la più importante materia prima tessile dei popoli europei e mediterranei.

Bassano Bresciano fu uno dei tanti paesi che reggeva la sua economia agricola sulla coltura del lino, doveva essere uno spettacolo splendido in quei campi che circondavano il paese, quando il sole luminoso di giugno li invadeva esaltando il lieve colore azzurro dei petali del piccolo fiore del lino che mosso dal vento dava l’impressione d’essere un cristallino lago. Il ciclo della semina e della lavorazione era complesso e richiedeva l’aiuto di uomini e donne che svolgevano a tempo debito le specifiche funzioni.

Veniva seminato a primavera e iniziava a fiorire a metà maggio, poi in estate quando i semi erano prossimi alla maturazione, veniva estirpato e disteso a seccare per qualche giorno nei campi, poi battuto con mazzuole di legno per staccarne i semi che spremuti nei mulini provvisti di apposto impianto, davano il prezioso olio. Gli steli, esili ma tenaci, venivano riuniti in fasci e posti a macerare nelle “moie”, pozze d’acqua appositamente scavate in campagna.

Tolti e fatti asciugare sui cavalletti venivano portati in cascina, sull’aia e il lavoro passava alle donne del cascinale, erano loro che con mazzuole di legno pestavano per staccare la scorza dalla fibra. Nulla veniva buttato, le scorze filamentose del fusto (gaie) venivano utilizzate per farne funi e cordami, furono gli Egizi per primi a usare la fibra grossolana e legnosa del lino per trasformarla in funi.

Attività funaria che nei secoli approdò anche al vicino Manerbio, dove nacque una corporazione di mastri funari che intrecciavano corde e nel periodo della dominazione veneta facevano micce per archibugi e cannoni. Tolta la “gaia”, la scorza il lino veniva spatolato, pettinato e poi filato, la filatura era l’attività delle donne durante le lunghe sere invernali quando il tepore umido della stalla si trasformava nel luogo d’incontro per gli abitanti del cascinale. Nelle sere, d’una volta, si riuniva nelle stalle il povero popolo contadino, perché nelle case non c’era riscaldamento e così si sfruttava il calore degli animali.

Le stalle dovevano però rimanere chiusissime, non doveva filtrare un filo d’aria, altrimenti le mucche potevano ammalarsi, così in quell’aria carica d’esalazioni d’escrementi da bruciare gli occhi, si consumava il pasto serale, poi si raccontavano le favole ai bambini, magari era un cantastorie di passaggio che in cambio d’un piatto di minestra e un giaciglio nel fienile, raccontava storielle. Le donne filavano il lino, era un diritto del padrone, far filare, una pretesa per l’affitto per l’alito delle sue mucche. Al padrone andava la parte migliore del filato mentre la più scadente rimaneva alle filatrici che preparavano la dote per le figlie da maritare. Lenzuola, biancheria e vestiti erano di lino, tessuti, ricamati e serbati nella cassapanca per il giorno delle nozze.

La coltivazione del lino e i suoi lavori rituali tramontarono non molti anni fa, alcuni nonni ricordano ancora i campi azzurri del fiore del lino e le notti d’inverno nelle stalle, poi il tutto lasciò il posto alle fibre sintetiche e alle sintetiche relazioni umane. Intanto il lino sta aspettando di ritornare a colorare la pianura.

CANTO POPOLARE
Gri ò bèl gri, che tè stèt èn camp dè lì ò gri ò gri ò gri che tè stèt èn camp dè lì; pàssa ‘na furmìga e ghè dis còsa ch’èl fa ò gri ò gri ò gri ghè dis còsa ch’èl fa, -Mè fò ‘na camìsa per maridartì, cri cri cri cri cri cri per maritarti tì-